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Primo Piano

Enti di Promozione Sportiva antesignani del movimento “qualità della vita”

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Gli esegeti dei tradizionali luoghi comuni (sport per tutti, benessere psicofisico, ecc.) dovrebbero guardare oltre le rigide parallele formali dei numeri. Occorre – oggi più che mai – “andare sino in fondo a certe situazioni, a certi motivi, magari a certe parole, che sono la materia stessa di cui è fatto un personaggio o un fenomeno sociale” sostiene Milan Kundera. Il tracimante fenomeno dello sport di base – evidenziato dal primo screening dell’Osservatorio Permanente sulla Promozione Sportiva – è uno spaccato della nostra contemporaneità da cui emerge una domanda subliminale, articolata e complessa.

Negli ultimi vent’anni lo sport di base ha subìto un’accelerazione sotto la spinta sociologica di un disagio della postmodernità: crollo dei tradizionali capisaldi della rappresentanza (partiti e sindacati) con la conseguente, irreversibile escalation dell’astensionismo; deriva valoriale determinata dalla disgregazione dei punti di riferimento ideologici (politici e confessionali) ed etici (scuola e famiglia); cannibalismo sociale in quella che Zygmunt Bauman definisce “la civiltà delle disuguaglianze”; lacerazione del tessuto urbano e latitanza delle istituzioni nelle periferie degradate; lentocrazia dello Stato verso le figure più vulnerabili; patologie sociali in allarmante espansione (obesità infantile, diabete giovanile, sedentarietà senile, paramorfismi nelle scuole a causa dei banchi non ergonomici); disagio giovanile (drop-out scolastico e sportivo, tossicodipendenza, alcolismo, bullismo, ecc.); induzioni xenofobe verso le minoranze etniche; ecc.

In questo scenario tellurico e parcellizzato manca il collante della “comunità” recentemente richiamata dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: un messaggio di alto profilo che deve essere sussidiato dalla coesione sociale e dalla democrazia partecipativa. Gli Enti di Promozione Sportiva si diffondono per germinazione spontanea nelle grandi aree della sensibilità sociale perchè ricevono dall’immaginario collettivo una “delega civile” per la mission che trasmettono alle nervature periferiche attraverso le società sportive dilettantistiche: la vicinanza geopolitica alle istanze del territorio e quindi la radicazione nella permeabilità del tessuto identitario; il senso dell’appartenenza che riempie la solitudine dei singoli e la marginalità dei gruppi; la forza della rappresentatività che consente di dialogare con le istituzioni e con le amministrazioni locali partecipando attivamente alle scelte delle politiche territoriali; il processo di identificazione e di proiezione nelle mobilitazioni per i diritti civili, per la tutela dell’ambiente, per l’inclusione delle diversità, per la cultura dell’ascolto e dell’accoglienza, per la parità di genere, per le molteplici e nobili idealità “che soltanto lo sport riesce ad ispirare” (da un celebre discorso di Nelson Mandela).

Parafrasando l’indimenticabile cult movie “Dove osano le aquile” possiamo senza dubbio affermare che la dirompente utopia sostenibile dello sport consegue alti traguardi anticipando i tempi biblici della politica. Emblematico il disgelo con la “diplomazia del ping pong” che consentì negli anni settanta gli scambi bilaterali fra gli Stati Uniti e la Repubblica Popolare Cinese. In sostanza lo sport assume sempre più il ruoloremake del “cavallo di Troia” che introduce – attraverso l’esperanto decoubertiano – progettualità politiche, commerciali e finanziarie.

Ma torniamo alla crescita “telefonata e prevedibile” dello sport di base nel nostro Paese a seguito di consistenti prodromi emersi in questi ultimi anni. Le considerevoli risultanze – evidenziate dai primi due bollettini elaborati dall’Osservatorio Permanente sulla Promozione Sportiva – ribadiscono la metamorfosi tumultuosa dai “sussurri e grida” al celebre “urlo di Munch”. Un accostamento irriverente che tuttavia esprime un disagio profondo, una pressante domanda di poliedriche rivendicazioni riassumibili in un “claim” unico, perentorio, ultimativo: migliorare la qualità della vita.

E’ un movimento spontaneo, autonomo e trasversale – non omologabile e non strumentalizzabile – cha sale dal basso con una pluralità di vocazioni: movimento, benessere, salutismo, ambiente, diversità, cultura, politiche sociali, servizi alla persona, ecc. Per il nostro Paese è una rivoluzione copernicana. Una rivoluzione non di piazza, ma di coscienza comunitaria e sistemica. Certamente non ideologica, bensì etica, sociale, culturale. Nell’immaginario collettivo lo sport di base è un movimento “super partes” fra idealità e pragmatismo che si autogestisce sul territorio.

Per esempio nelle periferie degradate – abbandonate dallo Stato – le società sportive dilettantistiche costituiscono una frontiera di mediazione sociale. Aprono palestre per il sottoproletariato urbano, promuovono squadre di calcio fondate sull’azionariato popolare, costituiscono polisportive che bonificano discariche “en plein air” per offrire ai giovani spazi di socializzazione, momenti di crescita identitaria, percezioni di speranza civile. Il  welfare sportivo è consapevolmente e responsabilmente in prima linea per migliorare la qualità della vita dell’individuo e per elevare la qualità sociale per tutti. Fra le numerose – e talvolta opinabili – autoreferenzialità sono ormai maturi i tempi per un “pride of social sport” che accenda finalmente i riflettori dei media su un grande movimento vocato alla crescita democratica del nostro Paese.

Enrico Fora