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Rassegna Comunicazione

Giurì alle idee non si comanda

di Federico Unnia In materia di appelli sociali, quei messaggi che si indirizzano al pubblico per sensibilizzarlo su tematiche d’interesse generale, la presenza di elementi di ambiguità non è sufficiente perché il messaggio dia luogo a una violazione del Codice e prevale pertanto il rispetto della libera manifestazione del pensiero, a meno che non si dimostri che le espressioni ambigue sono decodificate dall’osservatore medio come offensive per la dignità della persona o come contrastanti con i criteri fissati dall’art. 46. E’ questo il principio stabilito dal Giurì di autodisciplina pubblicitaria nel rigettare il ricorso presentato dal Comitato di controllo nei confronti del messaggio dell’Associazione Generazione Famiglia – La Manif Pour Tous Italia e Fondazione Citizen GO, “Basta violenza di genere. I bambini sono maschi e le bambine sono femmine”, volti a pubblicizzare l’iniziativa “Arriva il bus della libertà”. Messaggio che, a detta del Comitato, sarebbe stato non conforme gli artt. 46 (avvisi al pubblico), 10 (rispetto della dignità della persona) e 11 (bambini e minori) del Cap. Secondo il Comitato, infatti, il messaggio aveva un contenuto offensivo della dignità della persona, in particolare di tutti coloro che non si riconoscono o non possono riconoscersi nell’impostazione rigidamente escludente assunta dai promotori. Il messaggio avrebbe turbato  la sensibilità dei minori di fronte a una proclamazione rigida di identità sessuale, che potrebbe ferire condizioni personali molto delicate e anche dolorose. Inoltre il messaggio non si farebbe carico di chiarire che si tratta di un’opinione di parte, nel rispetto delle sensibilità diffuse. Le parti resistenti si erano difese sostenendo che il loro  messaggio si limitava a esprimere liberamente un’opinione su un tema di attualità, riportando le identità dei soggetti promotori. La campagna null’altro era che una reazione al tentativo di diffondere una nuova antropologia secondo cui i generi maschile e femminile sono sovrastrutture prodotte da fattori sociali condizionanti. “Violenza di genere” sarebbe intesa quindi come qualunque indebita ingerenza nel processo personale di maturazione e di estrinsecazione dell’identità sessuale. Il Giurì – nel sancire la liceità della comunicazione sottoposta al suo giudizio – ha ritenuto che l’attenzione dell’osservatore medio verso il messaggio era  richiamata dalle parole “basta violenza”, accompagnate dalla sagoma di due mani incombenti sulle sagome di due bambini, maschio e femmina. L’espressione “di genere”, posta nel rigo sottostante, risultava per i più di dubbio significato nel contesto comunicazionale complessivo. Una valutazione sintetica del messaggio porta  “l’osservatore medio a decodificarlo come reazione difensiva contro iniziative altrui che, a torto o a ragione, appaiono caratterizzate da modalità “violente”, e non come una demonizzazione di qualsiasi opinione non tradizionalista in materia di identità di genere e tanto meno come un messaggio volto a offendere o discriminare le persone sulla base dell’identità di genere” spiega il Giurì nel provvedimento. Il messaggio presenta certamente  elementi di ambiguità, non essendo espliciti gli obiettivi della reazione polemica. Tuttavia, non ha ritenuto che il messaggio possa turbare i minori, in quanto la headline è in parte incomprensibile per i più piccoli e in parte percepibile come affermazione generica, mentre la parte grafica risulta molto stilizzata e inidonea ad arrecare alcun danno ai minori. The post Giurì alle idee non si comanda appeared first on Spot and Web. ...

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Fonte: Spot and Web