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Primo Piano

Il welfare sportivo dell’ACSI nelle periferie degradate

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Un’invisibile “Linea Maginot” è stata tracciata dallo Stato quando è esploso il fenomeno dell’urbanizzazione selvaggia. Ogni anno in Italia vengono divorati 500 km quadrati di suolo. Un’inarrestabile cementificazione che sopprime polmoni verdi, coste marine, aree urbane. Speculazione, abusivismo, latitanza delle istituzioni consentono la proliferazione delle ecomafie. Nelle estreme propaggini delle grandi conurbazioni si sviluppano alveari umani off-limits dove allignano incuria ed illegalità. Questi ghetti sono privi di spazi per l’aggregazione sociale, di centri culturali, di strutture ludiche, di impianti sportivi. Ai giovanissimi resta la “suburra” della strada con le blandizie seduttive della microcriminalità: una colonizzazione devastante che desertifica l’identità del territorio ed inquina i valori della convivenza civile. In queste enclaves reiette – un tempo definite sacche di sottoproletariato urbano – non entra nessuno, giammai i tutori dell’ordine pubblico. Con gli anni si sono sedimentati sentimenti di esclusione nel perbenismo conformista della società che ha costruito la “Linea Maginot”. Di contro ribolle la santabarbara degli esclusi che vivono (anzi sopravvivono) dall’altra parte della linea in aree fortemente antropizzate con irreversibili processi degenerativi. Una Commissione Parlamentare di inchiesta ha recentemente dichiarato che nelle periferie dimenticate dallo Stato vivono nel degrado 15 milioni di “invisibili”. Siamo in attesa di un progetto lungimirante di riqualificazione e di rigenerazione urbana che realizzi la governance centrale delle aree degradate.

La Commissione Parlamentare ha calcolato un investimento di almeno 20-25 miliardi per bonificare le periferie: un faraonico, utopistico “Piano Marshall” che non riuscirà a frenare il degrado mentre un’altra emergenza demolisce l’Italia (il dissesto idrogeologico del territorio). In questa fase di “vacatio legis” le organizzazioni di volontariato colmano il gap fra lo Stato e le aree martirizzate dall’incuria. L’associazionismo sportivo è chiamato – oggi più che mai – a svolgere un ruolo incisivo di sussidiarietà, di complementarietà, di cerniera fra le istituzioni ed il tessuto sociale del Paese. In prima linea l’ACSI con un patrimonio inestimabile di risorse umane, di progettualità e soprattutto di valori per attuare percorsi di promozione umana, di cittadinanza attiva e di coesione sociale. Le esperienze dell’ACSI nelle periferie degradate hanno dimostrato la vocazione ecumenica dello sport sociale che abbatte le barriere (censo, età, genere, diversità, ecc.) per costruire ponti di partecipazione, di condivisione, di inclusione. Il welfare sportivo unifica le disuguaglianze come i versi indimenticabili di Antonio de Curtis (in arte Totò) nella celebre lirica partenopea ‘A livella. Le società sportive dilettantistiche dell’ACSI hanno restituito alla cittadinanza gli spazi dell’aggregazione sociale: volley nelle strade dei viados, calcetto nelle piazze dei pushers, podismo nei vicoli dei racket, corsa campestre nei parchi dei tossicomani. Occorre “occupare” i luoghi deputati alla socializzazione per indurre la maggioranza silenziosa ed inerme a scendere in piazza, a riappropriarsi di un humus territoriale che appartiene alla comunità, ad imporre il nuovo protagonismo della società civile. Dunque lo sport interpretato come ammortizzatore sociale, deterrente antiviolenza, antidoto di legalità e di valori contro le devianze psicosociali, sussulto civico dell’immaginario collettivo per rivendicare la qualità della vita nelle aree del disagio.

(a cura di Enrico Fora)

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