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Rassegna Comunicazione

La Hybrid radio e la musica nel digitale

di Claudio Astorri Ogni anno cominciando il mio corso di “Teorie e Tecniche della Radio Musicale” al Master in Comunicazione Musicale della Università Cattolica di Milano trovo indispensabile dopo le presentazioni di prammatica tra professore e studenti, al minuto 1 della lezione 1, cominciare subito a condividere il significato preciso della parola Radio. La Radio è un essere vivente ed è una forma di comunicazione tra stazione e individuo cui gli ascoltatori si rivolgono per stabilire un contatto con il/un mondo. E’ un mezzo personale, familiare e attivo. Se non è pulsante, non è Radio. Le esigenze di relazione che la Radio assolve sono in 4 aree di servizio come emerge dalle ricerche motivazionali: Musica, Conduzione, Informazione/Attualità e Interattività. Si tratta di definizioni che provengono da analisi qualitative di GfK Eurisko ma anche di altri istituti. Altra cosa, altra natura, altro tutto è la fruizione pura e libera della musica con e da qualsiasi device, che potremmo definire come l’auto programmazione da parte dell’individuo in quanto desideroso di ascoltare quel brano o quella specificità in modo diretto e in un preciso istante. Una volta ciò avveniva con Juke-Box pubblici o impianti domestici, con supporti di proprietà o con i frutti provvisori di scambi tra amici e conoscenti di LP, CD, Cassette e altro ancora; oggi se ne può godere nella varietà più incredibile con strumenti digitali assai sofisticati in streaming e anche dal proprio smartphone e da oggetti portatili e tascabili. Certamente la musica oggi è più disponibile e più fruibile che mai grazie al digitale, anche se poi risulta che la monetizzazione più consistente avvenga solo o prevalentemente per chi è in grado di portare il pubblico ai concerti. Ma questo è un altro tema, anche se forse è proprio quello più rilevante per il futuro della musica. L’ascolto della Radio e la fruizione della musica sono pertanto da sempre su convergenze parallele, come direbbe un abile politico; mai dimenticare tuttavia che a differenza della musica la Radio è un servizio pubblico e gratuito a libero accesso e questo rimane un suo punto di forza straordinario ma anche l’oggetto del desiderio e soprattutto della insaziabile invidia; nel frattempo essa ha oltretutto occupato i medesimi canali digitali che la discografia sempre più spesso impone o cerca di operare a pagamento. Occorre aggiungere che la Radio propriamente detta non è poi così dipendente dalla musica alla quale comunque paga giustamente e profumatamente i diritti poiché la sua funzione sociale e anche emozionale per cui è riconosciuta dal pubblico è “Make people feel better” e usa la musica come un valore strumentale; in questo è ovviamente orientata agli ascoltatori e non ai sempre pressanti desiderata delle case discografiche e della loro industria. Peraltro ci sono Personality Radio basate sulla conduzione (105 e RDJ) e News/Talk/Sport Radio (R24, RR1) fondate sui contenuti informativi e di eventi che dipendono tutte ormai a livello sempre più basso se non già assente dalla musica. E dire che nonostante la differenziazione editoriale con formati progressivamente sempre meno musicali, la Radio comunque rimane il primo mezzo di scoperta di musica nuova. Il fenomeno a cui si assiste quindi non è la cannibalizzazione del concetto di musica a svantaggio della Radio ma semmai il contrario. E’ il tentativo di scippo della parola Radio da parte di semplici fornitori e distributori di musica. A mio avviso questo è il tema originario e centrale introdotto dal digitale: la auto-certificazione con scasso sul WEB della parola Radio, così ambita da dilettanti sperimentali, sempre utili, ma anche da soggetti della industria  della musica che pare vogliano liberarsi dei mediatori Radiofonici o di impossessarne dei comandi se non della credibilità. Quindi assistiamo a milioni di “Web Radio” che sono semplici se non banali “Canali musicali” del tutto inanimati, a Pandora che si definisce “Internet Radio” ma è solo un algoritmo peraltro discutibilissimo, alle Radio di Spotify che sono una espressione di umanità ovviamente sotto zero e lontanissima da qualsiasi idea di essere vivente e a tutta una serie di variegati soprusi tecnicamente comprovabili del valore della parola Radio. Ecco una provocazione. Forse gli editori della Radio propriamente detta e sancita legalmente dalle leggi in tutto il mondo dovrebbero chieder conto ai proprietari dei sistemi digitali della musica i diritti oppure i danni per gli usi impropri della parola Radio, proprio come gli editori della Musica fanno con i Broadcaster stessi per le loro opere? Parità e equità di dignità tra Industrie, sarebbe corretto… no?!? Dato che l’industria discografica è molto più legata al Potere e anche alle Forze dell’Ordine causando in ciò uno squilibrio della convergenza parallela tra Radio e Musica, la prima deve difendersi da sola con i propri...

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Fonte: Spot and Web