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di Gianfranco Coppola *

Galleggiare è un brutto infinito. Ma rende l’idea. Oggi il giornalista, non solo sportivo, galleggia tra il come eravamo e il fascino ma anche l’inquietudine del come saremo.

Un annuario cartaceo sembrerebbe pezzo giurassico ma invece sono proprio questi “reperti” moderni a fare da anello tra le epoche. Gli over 60 di quanti sono presenti negli elenchi degli iscritti ricorderanno con nostalgia canaglia gli articoli inviati per fuorisacco, e la conseguente corsa all’edicola all’alba per vedere il proprio lavoro peraltro firmato il che al di là della vanità è da sempre assunzione di responsabilità. O ancora, sempre la Old Generation, ricorda i pezzi dettati chiamando la vecchia Sia per la R stampa, il 10, telefonata rovesciata e cioè a carico del ricevente. E lo spelling: Mazzola, Milano-Ancona-Zara-Zara-Ostia-Livorno-Ancona.

E’ nostro dovere raccontarlo alla Next Generation ma non per incutere in loro tenerezza, così come chi ha fatto tv può narrare i viaggi a rotta di collo per infilare la cassetta Betacam nella bocca del registratore video magnetico per andare in onda prima del rivale; o per chi ha fatto radio narrare cronache al telefono magari grazie a prolunghe di fortuna. Ma soprattutto a quel tempo appartengono le immagini di Clay con Gianni Minà vicino ai Beatles, o di Beppe Viola con Rivera per un’intervista in tram; o ancora ancora ancora. Ecco, in quel tempo come fosse linguaggio biblico il rapporto giornalista-protagonista non aveva barriere. Reciproco rispetto. E stop.

Tutto molto bello. Ma passato. E allora oggi quale giornalismo sportivo viviamo? Tik-tok non è solo una maniera sintetizzare fatti del giorno ma una vetrina che deve produrre contatti come una slot machine. Essere cliccati fa cassa, a dispetto della affidabilità, della riconosciuta esperienza, bravura, passione. Gli atleti sono ormai virtual al punto che tranne in occasione delle prove agonistiche sono difficilmente tra la gente. Se non “a gettone”. Una corsa al guadagno che impoverisce il racconto dello sport. Non sapendo che un premio, un meeting in zone difficili, rappresentano quella maniera di unire chi per dovere incontra e racconta e chi per piacere ascolta e si nutre di storie, luoghi, territori.

E’ un’epoca in cui si seguono molti eventi, in una moltitudine di strumenti per comunicare, ma non si vivono questi eventi. Si blinda tutto, quasi sempre per vendere: dagli allenamenti alle gare, dalle conferenze post alle foto per presentare un atleta o una situazione. Ricordiamo il passato ma è stato dimenticato in fretta un segnale che deve azionare sentimenti di ritorno ad un passo indietro, se non al passato: le Olimpiadi di Tokyo, a cavallo tra terrore e pandemia che coi sorrisi degli atleti raccontati a due passi dai giornalisti unici spettatori in tribune senza pubblico erano quel che sono da sempre: testimoni per raccontare soprattutto a chi non c’è. Si torni a condizioni di lavoro che siano lontane da trattati da clima di guerra.

L’Unione Stampa Sportiva Italiana è nella famiglia dello Sport, tra le Benemerite Coni. Esegue progetti per il territorio con Sport e Salute. E naturalmente osserva la natura giornalistica come gruppo di specializzazione della Federazione Nazionale della Stampa. Questo non vuol dire indossare più vestiti. C’è alla base una sola anima: raccontare lo sport sperando di poterlo fare con le attenzioni dovute ai tempi moderni, che significa essere preparati su più argomenti dal marketing all’aspetto sanitario o di economia sportiva, dai metodi di preparazione ai programmi atletici, dai regolamenti alla conoscenza dell’organizzazione dello sport, ma senza restare strozzati da diktat, decisioni unilaterali, autoproduzione scambiata per servizio al cittadino quando è in realtà negazione della libertà di conoscere, seguire, raccontare. Nei 5 cerchi si sono storie, luoghi, popoli, tradizioni, senza barriere. E noi vogliamo continuare a raccontarlo con l’entusiasmo del nostro anno di nascita: 1946.

W il racconto dello Sport.

 

* Presidente Ussi

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