Article top AD

È stato pubblicato il terzo screening dell’Osservatorio Permanente sulla Promozione Sportiva istituito dagli EPS (Enti di Promozione Sportiva) ACSI, AICS, ASI, CSEN, CSI (cui si è aggiunto recentemente anche l’OPES). Questa prima indagine conoscitiva intende monitorare – a livello demoetnoantropologico – l’escalation dello sport di base che si dimensiona ormai quale tracimante fenomeno di costume e di massa. Lo screening si svolge su tutto il territorio nazionale con la supervisione scientifica del Centro di Ricerche sullo Sport (CeRS) del Dipartimento Scienze Economiche ed Aziendali dell’Università di Parma e di SG Plus Ghiretti & Partners.
I numeri confermano l’exploit dello sport sociale. Emblematica la percentuale del 47,6% che rivela la considerevole incidenza dei tesserati EPS (7.050.009) sul totale dei praticanti sportivi “continuativi” (14.792.000). In sostanza un italiano su due – che abitualmente pratica lo sport – aderisce agli Enti di Promozione Sportiva. La percentuale documentata ed incontrovertibile esprime “tout court” una linea di tendenza in forte espansione.
Le motivazioni – condizionate dai tradizionali luoghi comuni – si focalizzano sulla punta dell’iceberg: sport per tutti, benessere psicofisico, inclusione delle diversità, imprinting educativo e formativo, cultura del movimento, salutismo, appartenenza, condivisione, ecc. Ma dal corpo sommerso dell’iceberg affiora il disagio strisciante della nostra contemporaneità. Un’inquietudine che nasce da quel senso di “precarizzazione cronica” (ormai endemica) che ci pervade nel privato e nel sociale: disgregazione dei riferimenti ideologici, deriva valoriale, lacerazione del tessuto urbano, latitanza delle istituzioni nelle periferie degradate, dissesto idrogeologico, cannibalismo sociale, lentocrazia dello Stato, patologie sociali in allarmante espansione (obesità infantile, diabete giovanile, sedentarietà senile, paramorfismi nelle scuole a causa dei banchi non ergonomici), disagio giovanile (drop-out scolastico e sportivo, tossicodipendenza, alcolismo, bullismo, ecc.).
 
In questo scenario tellurico manca il collante della comunità identitaria, della coesione sociale, dell’empatia solidale. Forse questa è una chiave di lettura per interpretare la globalizzazione del disagio e per comprendere il crescente “appeal” degli Enti di Promozione Sportiva che rappresentano un’alternativa di ascolto e di etiche condivise. Lo sport di base è un movimento autonomo e trasversale che nasce per germinazione spontanea dalle grandi aree della sensibilità sociale. Potrebbe essere una massa critica per incidere sulle scelte ma non è ancora consapevole delle proprie potenzialità. Sarà sempre marginale e parcellizzato fino a quando gli Enti di Promozione Sportiva – superando anacronistiche miopie egocentriche – raggiungeranno il traguardo di un’effettiva unitarietà.
 
Questo salto evolutivo consentirà di entrare in connessione con la rete europea dove operano oltre due milioni di imprese sportive e sociali che costituiscono uno Stato transnazionale: sull’atlante sarebbe il nono più popolato del pianeta, quasi come la Russia, con 140 milioni di operatori full-time ed un contributo di 302 miliardi di euro all’economia internazionale. I dati ufficiali ed attendibili della statunitense Johns Hopkins University confermano le rilevazioni dei Rapporti sull’Economia Sociale nell’Unione Europea.
Mentre la crisi globale sbriciola i tradizionali modelli economici cresce ovunque l’associazionismo no profit. Sono imprese che affermano il primato degli obiettivi sociali rispetto alle logiche perverse del capitalismo, l’adesione volontaria e condivisa, l’autonomia di gestione, l’equidistanza dalla politica e dalla burocrazia. Il collante ideologico e la mission valoriale sono sintetizzati da Zygmunt Bauman che teorizza “l’utopia sostenibile per costruire insieme nuovi paradigmi etici e sociali”.
L’Osservatorio Permanente sulla Promozione Sportiva ha rivelato una consistente frontiera in movimento che potrebbe assumere il ruolo di opinion maker per incidere sulle scelte delle politiche sportive, sociali, culturali, ambientali, ecc. attuate dalle istituzioni e dagli enti locali. Il nodo gordiano è l’unitarietà degli intenti. In Europa i movimenti sportivi – che hanno strutturato una condivisione di denuncia e di pressing – interpretano le istanze della società civile e le traducono in atti di rivendicazione.
Fra gli esempi più recenti il referendum di domenica 23 settembre 2018 in Svizzera – promosso dalle Federazioni ATA e Pro Velo – al fine di realizzare una rete di percorsi ciclabili per ridurre le emissioni di CO2 e migliorare la qualità della vita. La proposta di legge popolare ha raccolto il 73,6% dei consensi e sarà ratificata dal Parlamento elvetico.
L’Osservatorio Permanente sulla Promozione Sportiva ha puntato una lente di ingrandimento sulla presenza femminile esaminando il numero dei dirigenti dei 6 Enti aderenti all’Osservatorio. Il numero corrisponde al 60% del totale degli EPS. Elaborando una proiezione sui dati raccolti emerge che un dirigente su tre è donna. Nel 2016, infatti, la componente femminile è pari a 135.153 su 435.088 dirigenti totali. Un’incidenza del 31,1%, ben maggiore rispetto a quella registrata nelle FSN e nelle DSA dove – nonostante il maggior numero di dirigenti – le donne pesano poco meno del 19% del totale. E’ una tappa importante di civiltà sul percorso evolutivo verso il traguardo delle pari opportunità. Sono ormai maturi i tempi per espugnare le arcaiche egemonie maschiliste fortemente radicate nei gangli apicali del sistema sportivo.
(a cura di Enrico Fora)

Article bottom ad