Article top AD

Siamo orgogliosamente partecipi dei trionfi dello sport azzurro, ma – nel contempo – siamo storicamente e coerentemente vocati alla promozione dello sport sostenibile. Pertanto riteniamo tout court che le espressioni sportive di massa debbano essere “responsabilmente” ridimensionate a causa delle emergenze ambientali e pandemiche in allarmante escalation.

Il tripudio sciovinista e retorico dello “sciame globalizzato” – etichettato dal sociologo Zygmunt Bauman – ha ignorato l’unico, vero vincitore delle Olimpiadi: lo straordinario, ancestrale “kintsugi” del popolo del Sol Levante. Il Japan Times rivelava “preventivamente” che l’86% dei giapponesi temeva una recrudescenza dei contagi a causa delle Olimpiadi.

Ma il bulldozer della potente “multinazionale dello sport” – con le opportune connivenze politiche – asfaltava le legittime e fondate rimostranze di un’intera comunità. Il conformismo strisciante dei media si “adeguava” al diktat sempre più dispotico e pervasivo del granitico moloch che potremmo definire un vero e proprio “imperialismo sportivo”.

La dominant class sportiva ha protervamente glissato le devastanti conseguenze degli Europei di calcio che hanno prodotto 450mila tonnellate di CO2. Gli esperti della South Pole Carbon Asset Management sostengono che per compensare le nocive emissioni di CO2 dell’evento calcistico si dovrebbero piantumare 600 mila alberi, 50 mila per ogni Paese che è stato coinvolto nel programma. Ma non hanno spiegato che questo “risarcimento” del danno ambientale perdurerà 23 anni condizionando la qualità della vita e la salubrità delle future generazioni.

Pertanto la “multinazionale dello sport” – con le prebende faraoniche delle sponsorizzazioni e dei diritti televisivi – entra a vele spiegate nel gotha delle lobbies del capitalismo selvaggio che produce le emissioni climalteranti dell’effetto serra. Fra qualche settimana conosceremo il monitoraggio delle Olimpiadi nipponiche per l’impatto ambientale, per la diffusione pandemica e per lo sforamento record del budget.

Le conseguenze finanziarie ed inquinanti delle Olimpiadi si riverberano sulle future generazioni. Una qualificata ricerca – condotta dall’Università di Oxford – dimostra come i costi siano aumentati a dismisura nella maggior parte dei Paesi ospitanti. Pietro Mennea pubblicava nel gennaio 2012 un esplosivo “j’accuse”: il documentato libro-denuncia “I costi delle Olimpiadi” che veniva ostracizzato dai media e dall’establishment sportivo.

Il graffiante pamphlet di 215 pagine scoperchiava un devastante “vaso di Pandora”: le inquietanti e nostalgiche appartenenze ideologiche dei vertici sportivi mondiali, le invasive ingerenze politiche dei “presunti” paladini dell’autonomia sportiva, gli inequivocabili e certificati disastri finanziari delle città terremotate dalle Olimpiadi, l’esoso parassitismo degli organismi sportivi internazionali ormai anacronistici ed inadeguati al confronto con le nuove sfide etico-sociali, culturali, economiche ed ambientali.

Le incombenti emergenze planetarie sanciscono l’inesorabile countdown per la “belle époque” dell’imperialismo sportivo che deve “obtorto collo” abdicare alla dissennata dilapidazione di ingenti risorse ed alla folle corsa inquinante verso l’eutanasia ambientale.

Ogni minuto – mentre scorriamo le cifre iperboliche dei crack finanziari “olimpici” – un bambino muore per malnutrizione, diventa cieco o non riesce a bere acqua potabile nelle aree più depresse del “nostro” pianeta. E’ la demagogia farisaica e pelosa dei samaritani politically correct? Oppure è finalmente una sensibile espansione della visione olistica nell’immaginario collettivo che supera l’egoico “io” per sublimarsi nel “noi”?

L’esodo biblico dal sud verso il nord del mondo è il prodromo catartico di un lacerante gap economico e sociale che tracima nel conflitto fra l’homo sacer e l’homo consumens. In Italia l’epidemiologia del comportamento suicidario delle città che si candidano alle Olimpiadi rivela una schizofrenica ed irresponsabile gestione della “res publica etica e virtuale” reiteratamente invocata dal Primo Cittadino Sergio Mattarella.

Un esempio incontrovertibile: invece di costruire “impianti olimpici” destinati – dopo l’evento effimero – alla tradizionale incuria disinneschiamo la santabarbara sociale delle periferie degradate dove rantolano 15 milioni di invisibili abbandonati dallo Stato e colonizzati dalla criminalità.

Alla luce di questa drammatica, irreversibile involuzione chiediamo – parafrasando la trilogia del colossal fantasy di Peter Jackson – ai “signori degli anelli” (quelli olimpici) di attivare una radicale “moral suasion” al fine di ripristinare l’etica nobile e primigenia dell’olimpismo in sintonia con la nuova coscienza biosferica.

Il 29 luglio 2021 è stato il giorno dell’Earth Overshoot. Sapete cosa significa? Che già dal 30 luglio siamo in debito con la Madre Terra. Stiamo sfruttando più risorse di quelle che è in grado di rigenerare sottraendole alle generazioni future ed alterando l’intero ecosistema.

E’ il momento di scendere in campo, di sensibilizzare un movimento di denuncia, di fare pressing sui media e sulle istituzioni. Auspichiamo che le olimpiadi invernali del 2026 a Milano-Cortina non abbiano la desolante appendice di quelle del 2006 a Torino: una colata di cemento trasformata in sinistri scheletri di archeologia sportiva.

Fra le infrastrutture abbandonate nell’incuria il trampolino di Pragelato, la pista di bob di Cesana Pariol, il villaggio olimpico, la pista di free style di Sauze d’Oulx, l’impianto del biathlon di San Sicario, ecc. Il buon senso suggerisce di non rilasciare – nell’immediato futuro – deleghe in bianco ad una ristretta oligarchia.

Occorre la condivisione responsabile dal basso: è auspicabile un referendum popolare nelle città che si candidano agli eventi sportivi di massa. Concludiamo con le asserzioni di due politici lungimiranti: Sandro Pertini “Lo sport deve avere sempre un alto profilo etico” – Alcide De Gasperi “Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alla prossima generazione.” Oggi nella politica e nello sport esistono gli “statisti” illuminati?

Enrico Fora
Condirettore ACSI Magazine

Article bottom ad