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Emmanuel Macron e Gianni Infantino (Presidente FIFA) venivano sommersi allo Stade de Lyon da una straordinaria, assordante “ola” che rivendicava l’equal pay per le protagoniste del “championnat du monde féminin de football 2019“. Un vibrante “j’accuse” contro l’asimmetria di potere e di status che conferisce un ruolo antropocentrico, anacronistico, feudale all’egemonia maschilista nello sport.
Megan Rapinoe – vessillifera della compagine USA ed icona del movimento calcistico femminile – conduce una battaglia sulla parità di genere e sul riconoscimento dei diritti equiparati.
Le calciatrici americane hanno conquistato il quarto titolo mondiale ma non sono retribuite quanto i loro colleghi uomini che esibiscono un modesto palmarès a livello internazionale. Anche sui ricavi la nazionale
femminile – che secondo i dati raccolti dal Wall Street Journal ha prodotto 50,8 milioni di dollari dal 2016 al 2018 – ha superato quella maschile (49,9). Alla luce di queste disuguaglianze le giocatrici hanno deciso di citare in giudizio la Federazione degli Stati Uniti per “discriminazione di genere volontaria”.
Gianni Infantino si è dichiarato disponibile a rivedere le politiche della FIFA sia a livello di attenzione mediatica che di investimenti aprendo un dialogo con il movimento calcistico femminile. La nazionale azzurra – autentica outsider – ha superato il proprio girone dove figuravano le più blasonate Australia e Brasile. Ai quarti di finale ha demolito la Cina contro ogni previsione. L’allenatrice Milena Bertolini aveva posto gli ottavi come obiettivo a cui aspirare: questo traguardo era in linea con la quindicesima posizione assegnata all’Italia nell’ultimo ranking mondiale che la FIFA aveva diffuso a fine marzo (nelle edizioni precedenti della classifica internazionale ideata nel 2003 l’Italia non era mai andata oltre la decima posizione).
E’ il momento di affrontare lo status delle calciatrici attualmente considerate dilettanti. Sono triplicate in vent’anni da 8.000 a 23.903 tesserate come emerge dalle rilevazioni del Censis. Il traguardo dell’uguaglianza di genere nello sport è ancora lontano.
Purtroppo lo sport è l’immagine speculare di una struttura antropologica e psico-sociale arcaica. Proclami demagogici non sciolgono antiche cristallizzazioni nei rami apicali del sistema sportivo. Il folklore delle presunte “quote rosa” – assimilabili alle concessioni delle “riserve-ghetto per i nativi americani” – si è impantanato in aperture residuali mentre resta endemica l’assenza di dirigenti femminili
nei ruoli chiave. Emblematico il ruolo egemone dei presidenti uomini ai vertici delle Federazioni Sportive Nazionali del CONI. Inoltre sono lapalissiane le discriminazioni contrattuali ed economiche ai danni delle atlete che tentano di lavorare nel mondo dello sport.
Per non parlare poi del deserto relativo alle varie forme di tutela e di diritti. Significativa la legge n. 91 del 23 marzo 1981 che regola il professionismo sportivo. Resta inamovibile benchè sia stata contestata da qualificati consulenti del diritto sportivo. La legge pontifica sui soggetti che possono essere definiti professionisti sportivi. L’art. 2 della 91/1981 stabilisce: “Sono sportivi professionisti gli atleti, gli allenatori, i direttori tecnico-sportivi ed i preparatori atletici che esercitano l’attività sportiva a titolo oneroso con carattere di continuità nell’ambito delle discipline regolamentate dal CONI e che conseguono la qualificazione delle Federazioni Sportive Nazionali, secondo le norme emanate dalle Federazioni stesse. Con l’osservanza delle direttive stabilite dal CONI per la distinzione dell’attività dilettantistica dalla professionistica”. La legge – elaborata “artatamente” da legislatori maschilisti – indica le figure senza
alcuna distinzione di sesso. Pertanto delega al CONI ed alle Federazioni la discrezionalità di una scelta discriminante che (guarda caso!) ha penalizzato le donne. La prima “ingiustizia” di questa esclusione dal professionismo sportivo è la mancanza di un contratto di lavoro e, conseguentemente, di riconoscimenti formali, di diritti inalienabili, di tutele sociali. Si avverte l’esigenza nello sport italiano di una figura carismatica, di un Nelson Mandela che possa abolire l’apartheid contro le atlete dilettanti provocando un rivoluzionario “endorsement” per equiparare le norme del professionismo fra uomini e donne.
Occorre riscoprire l’etica delle più nobili scuole di pensiero. Anche lo sport ha le sue empatiche intramontabili icone che illuminano la memoria storica. Fra quelle più emblematiche – per orientare l’establishment verso un nuovo paradigma di “umanesimo sportivo” – Jesse Owens che dedicò le sue quattro medaglie d’oro (vinte alle Olimpiadi di Berlino nel 1936) alla visione di un mondo migliore dove
bianchi e neri potessero fraternizzare, dove uomini e donne potessero rappresentare la sintesi di una straordinaria, armonica, paritetica identità.
 

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